Per tutti quelli che sono convinti che il comunismo reale (che, forse, è male) ha tradito quello teorico (che, certamente, è bene) e per quelli che sono altresì convinti che comunismo e liberismo sono il male uno e il bene l'altro!
Noi, il mondo, la dimenticanza
"La protesta di piazza Tien an men (detta anche massacro di Piazza Tien an men) nacque da una dimostrazione studentesca portata in Piazza Tienanmen nella città di Pechino (Beijing in cinese) della Repubblica popolare Cinese tra il 5 aprile e il 4 giugno 1989. La protesta, nata per denunciare l'instabilità economica e la corruzione politica dello stato cinese, fu soppressa con la violenza da parte del Partito Comunista Cinese. Furono uccisi circa 3.000 studenti a causa delle repressione armata del'esercito.
La protesta studentesca cominciò nell'aprile del 1989, fu scatenata dalla morte di Hu Yaobang, il vicesegretario generale del partito. Hu era considerato una persona dalle idee liberali e fu obbligato alle dimissioni da parte di Deng Xiaoping, e ciò venne giudicato molto negativamente da molte persone, specialmente da parte degli intellettuali.
La protesta ebbe inizio in modo relativamente pacato, nascendo dal cordoglio nei confronti di Hu Yaobang e richiedendo al partito di prendere una posizione ufficiale nei suoi confronti. La protesta divenne via via più intensa dopo le notizie dei primi scontri tra manifestanti e polizia. Gli studenti si convinsero allora che i mass media cinesi stessero distorcendo la natura delle loro azioni, che erano solamente volte a supportare la figura di Hu Yaobang. In occasione dei funerali di Hu un vasto gruppo di studenti si recò in Piazza Tien an men, chiedendo d'incontrare Li Peng, oppositore politico di Hu, ma questi non volle ascoltare le loro richieste. A quel punto gli studenti proclamarono uno sciopero generale all'università di Pechino. Il 26 aprile, un editoriale del People's Daily, riportando un discorso di Deng Xiaoping, accusò gli studenti di complottare contro lo stato e fomentare agitazioni di piazza. Questa dichiarazione fece infuriare gli studenti e il 27 aprile circa 50.000 studenti scesero nelle strade di Pechino, ignorando il pericolo di repressioni da parte delle autorità e richiedendo nuovamente che il governo ritrattasse le dichiarazioni fatte in precedenza.
Il 4 maggio circa 100.000 persone marciarono nelle strade di Pechino, chiedendo più libertà nei media e un dialogo formale tra le autorità del partito e una rappresentanza eletta dagli studenti. Il governo rifiutò la proposta di dialogo, acconsentendo solamente a parlare con i membri designati dall'organizzazione studentesca. Il 13 maggio un folto gruppo di studenti occupò Piazza Tien an men, cominciando uno sciopero della fame, richiedendo al governo di ritrattare l'accusa riportata dall'editoriale del People's Daily e cominciare a parlare con una rappresentanza studentesca. Migliaia di studenti si unirono allo sciopero della fame, supportati da centinaia di migliaia di studenti e di residenti di Pechino.
Il 20 maggio il governo dichiarò la legge marziale, tuttavia la protesta continuò. Dopo questa delibera dei leader del partito, fu ordinato l'uso della forza per risolvere la crisi; Zhao Ziyang fu rimosso dal suo incarico a causa della sua incapacità nel risolvere la situazione senza dover ricorrere all'uso della forza. L'attuale Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Hu Jintao, allora segretario del Partito nella regione autonoma tibetana, prese posizioni molto dure nei confronti della situazione venutasi a creare, mandando un telegramma ai vertici del Partito, ove dichiarava di appoggiare in pieno l'uso della forza contro i manifestanti. Il Partito decise quindi di fermare la situazione prima di assistere ad una ulteriore escalation: nella notte tra il 27 e il 28 fu mandato a riprendere il controllo della città l'Esercito di Liberazione Popolare, con i carri armati. Questi attaccarono gli studenti e i lavoratori nelle strade di Pechino e l'inaudita violenza portò a morti sia tra i civili che tra i militari. Le stime del governo cinese parlarono di alcune migliaia di morti.
La stima dei morti è comunque discordante, varia dai 400-800 secondo CIA e 2.600 per la Croce rossa cinese. Gli studenti parlarono di oltre 7.000 morti. Il governo, infine condusse moltissimi arresti tra i rimanenti sostenitori della protesta e del movimento. Limitò inoltre l'accesso da parte dei media internazionali, dando la possibilità di coprire l'evento alla sola stampa cinese. La repressione di Piazza Tien an men provocò la ferma condanna da parte di numerosi paesi occidentali nei confronti del Partito comunista cinese."
Ricavato da "http://it.wikipedia.org/wiki/Protesta_di_Piazza_Tien_an_men"
....noi aggiungiamo che:
- per il Capitalismo globalizzante e invasore, la morte è uno strumento di controllo come altri e che il mercato non ha odore, neanche quello nauseabondo delle dittature come quella comunista cinese;
- l'abbassamento dell'Uomo al di sotto del suo rango naturale, che per noi è altissimo, è stato, è e sarà un connotato stretto del liberismo e del comunismo, per i quali cambia solo la natura del "padrone";
- proviamo vergogna per l'oblìo cui gli interessi del capitale europeo ed americano hanno confinato i morti di Tien an men.
Chi sono, sorge nel Tempo, a ridosso delle grandi domande, quelle che hanno piccole risposte. Qui, si sperimenta, come altrove del resto, in ogni occasione di respiro, l'ultimo atto dell'esistere, conoscere attraverso la Conoscenza Nuova i limiti dell'uomo vecchio. Ma la Conoscenza è Nuova, perchè la scoperta della Vita è novità reale, ciò che imprime solleva il velo e tasta il cielo.
05 giugno 2006
4/6/1989 RICORDI DELLA PRIMA GIOVINEZZA
Pubblicato per
Il Regno
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15:21
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2 commenti:
Daniele, non ti preoccupare che dopo il conflitto Iraq-Iran-Afghanistan, gli uomini buoni con gli occhi blu delle democrazie occidentali torneranno a farsi sentire sul doloroso caso dei tremila studenti morti a Pechino.
Non so in che rapporti sei con quel panzone puzzolente di Giuliano Ferrara, ma a volte dal suo "Il Foglio" (da culo, aggiungo io), esce qualcosa di buono.
Al tempo che fu, quando in Europa si diceva che l'attacco all'Iraq era in chiave antieuropeista, per fermare la crescita dell'Europa, io non fui d'accordo e non lo sono tuttora. Questa guerra in Medioriente e' in chiave anticinese.
Leggi, leggi:
Mister Hu, butta giù quella Muraglia
Milano. La piccola grande svolta nei rapporti sino-americani impressa da George W. Bush con il discorso sulla democrazia alla vigilia della visita ufficiale a Pechino (dal 19 al 21) è tutto tranne che “una gaffe”, come ha ingenuamente titolato ieri un quotidiano italiano che si autodefinisce “comunista” esattamente come la Repubblica popolare. L’appello alla libertà del popolo cinese, all’apertura democratica della sua società e al modello di “Free China” rappresentato da Taiwan non è un incidente di percorso, ma l’obiettivo strategico con cui il presidente americano ha deciso di inaugurare il suo secondo mandato il 20 gennaio scorso. Il discorso nasce dalla presa di coscienza del fallimento della politica “cinese” attuata dal suo predecessore Bill Clinton. Oggi la Cina è un paese che si muove nella direzione opposta a quella degli interessi americani e occidentali e ogni giorno fa passi indietro sul fronte della democrazia e del rispetto dei diritti umani.
Ai tempi di Bill Clinton, il regime totalitario cinese che si apriva all’economia di mercato era considerato “un partner strategico” degli Stati Uniti. Secondo i clintoniani, l’arrivo di capitali stranieri e l’aumento del prodotto interno lordo avrebbe trascinato il partito comunista a riformare anche il sistema politico dopo la liberalizzazione dell’economia seguita alla carneficina di Piazza Tian An Men. In un celebre articolo pubblicato da Foreign Affairs nel 2000, Condoleezza Rice aveva però avvertito quanto la politica clintoniana fosse illusoria. Pechino, scrisse la Rice, semmai era un “concorrente strategico” di Washington. Una volta eletto alla Casa Bianca, Bush ha annunciato che con la Cina avrebbe cercato una relazione “costruttiva, cooperativa e franca”. Cinque anni dopo le relazioni sino-americane non sono né costruttive né cooperative né franche e si ha la prova che le riforme economiche non portano necessariamente la democrazia, non sono condizioni sufficienti per ottenere un miglioramento dei diritti politici e civili.
I rapporti sulle violazioni cinesi dei diritti umani preparati dal dipartimento di Stato segnalano un peggioramento anno dopo anno. Una commissione del Congresso ha confermato la preoccupazione dei diplomatici e accertato situazioni molto critiche sul fronte della libertà religiosa e di espressione, sui diritti dei lavoratori, sulla pianificazione familiare, sullo stato di diritto e sulla società civile. La novità è che la Casa Bianca si è resa conto, come si legge in un memo sulla visita di Bush in Cina preparato dalla Heritage Foundation, che “non c’è nessuna speranza che la Cina si democratizzi da sola, senza la pressione morale e l’incoraggiamento tecnico delle democrazie mondiali”.
Clinton voleva esportare la libertà con il Gsm
“Il discorso pronunciato in Giappone – dice al Foglio Gary Schmitt, capo degli studi strategici avanzati dell’American Enterprise Institute ed esperto di relazioni sino-americane negli anni in cui ha diretto il Project for a New American Century – non è né ordinaria amministrazione né qualcosa di radicalmente nuovo”. Bush è convinto, aggiunge Schmitt, che se la Cina verrà costretta ad attuare le riforme democratiche, si risolverà il problema della riunificazione con la democrazia di Taiwan: “Ma, è un pio desiderio. I taiwanesi non sono interessati alla riunificazione, e questa loro convinzione non dipende certo da che cosa succede o non succede nella Cina continentale. Inoltre, Bush si prende gioco di se stesso se pensa davvero che l’attuale leadership cinese sia interessata ad andare volontariamente in questa direzione”.
L’appello di Bush alla libertà del popolo cinese ricorda un altro discorso pro democracy dai toni reaganiani pronunciato da Bush all’Università Tsinghua di Pechino all’inizio del 2002. Ma c’è anche un precedente recentissimo. Il 9 novembre scorso Bush ha ricevuto alla Casa Bianca il Dalai Lama, nonostante le proteste del governo cinese. L’incontro è avvenuto il giorno successivo la pubblicazione del rapporto parlamentare che indicava la Cina come un serio violatore delle libertà religiose.
Sempre in questi giorni, Washington è riuscita a bloccare un’iniziativa cinese volta a togliere il controllo di Internet agli Stati Uniti per affidarlo all’Onu, ove l’influenza cinese è enorme. L’obiettivo cinese era di controllare il flusso di informazioni a disposizione dei cittadini, ma anche di monitorare le comunicazioni e di localizzare gli utenti. La libertà che garantisce Internet è un tarlo per la dittatura comunista, che già da tempo costringe le aziende americane, come Cisco e Yahoo!, a fornire tecnologia e informazioni per individuare gli utenti anonimi che si oppongono al regime. Bill Clinton si illudeva che “con i telefoni cellulari e i modem” avrebbe diffuso la libertà in Cina. Non è stato così, piuttosto i regimi totalitari usano la tecnologia per reprimere con maggiore efficacia.
I dossier cinesi all’attenzione di Bush sull’Air Force One che lo condurrà a Pechino non riguardano soltanto diritti umani e democrazia. Pechino vorrebbe usare questo vertice per spendersi nello scenario asiatico una specie di endorsement di Washington al “condominio” sino-americano nella regione. Gli alleati di Washington sono terrorizzati da un eventuale disimpegno americano e dalla crescente egemonia cinese. Il discorso di Bush sulla libertà ha risposto anche a questa esigenza di rassicurare gli alleati. A Washington c’è un dibattito tra chi sostiene che rinviare la presa d’atto della minaccia cinese sia un errore e chi, come i clintoniani e i kissingeriani, crede sia meglio aiutarne la crescita e provare a farseli amici. Bush si barcamena, ma anche in questo caso l’approccio più pragmatico, cioè affrontare il problema, sembra coincidere con la spinta a promuovere una società democratica. Tanto più che sul fronte della guerra al terrorismo i cinesi non cooperano, anzi considerano l’egemonia americana una minaccia non meno pericolosa del terrorismo.
I rapporti del Pentagono sul riarmo di Pechino certificano la crescita militare e i piani espansionisti. Il punto di crisi è Taiwan, l’isola semi indipendente, anticomunista e democratica, storicamente sostenuta da Washington ma nell’ambito dell’ambigua politica di “un’unica Cina”. Fino a pochi anni fa, la minaccia militare cinese su Taiwan era improbabile, perché il divario tecnologico tra l’esercito popolare e i mezzi americani a disposizione di Taipei era troppo ampio. La crescita economica cinese ha cambiato prospettiva. Alcuni anni fa, Pechino ha deciso di concentrarsi su tre obiettivi strategici: prevenire l’indipendenza di Taiwan, costringerla a negoziare un accordo alle proprie condizioni e costruire un apparato militare capace di contrapporsi all’eventuale intervento di altre forze, cioè quella americana, in una crisi con Taiwan. Ma la Casa Bianca sa che Pechino ha anche obiettivi geopolitici di lunga gittata, che vanno ben oltre il problema di Taiwan, considerato dai cinesi come una questione di politica interna. Oggi la Cina è il terzo importatore mondiale di petrolio e con il ritmo di crescita dell’economia al dieci per cento annuo si rende conto che l’accesso alle risorse energetiche necessita di una speciale politica estera ed economica nei confronti di medio oriente, Africa e America latina. Ecco perché i cinesi si armano con missili capaci di colpire obiettivi regionali – ma anche “qualsiasi città americana” – e con portaerei, sottomarini, mezzi corazzati, caccia, bombardieri, elicotteri e sistemi antimissilistici russi. Ecco perché Bush, come fece Reagan a Berlino nel 1987, ha chiesto al regime cinese di tirar giù quella muraglia.
Christian Rocca, il Foglio
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